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    Il Codice Da Vinci, come noto, si è imposto in poco tempo come tra i best seller del nuovo millennio. Se sussiste qualche ragionevole dubbio sul fatto che a leggerlo per davvero siano pochi, ciò che è fuori discussione è che è un libro molto venduto. Si stima - per grottesca approssimazione - che milioni di copie del libro di Dan Brown siano state immesse nel mercato della cultura “romanzata” e che un esercito di nuovi adepti si sia avviato meticolosamente sul sentiero del proselitismo di più vaste masse sulla base del contenuto del romanzo stesso.
    Ciò che qui porto di nuovo ai lettori è un fatto accadutomi con stupore mentre tornavo da un viaggio dalla Finlandia. Mi trovavo in fila al check in per imbarcarmi su un aereo che mi avrebbe condotto da Helsinki ad Amsterdam quando noto un giovane, dall’aspetto curato e l’aria da professionista sempre in viaggio, con un libro in mano. Provate ad indovinare il titolo di quel libro. Ebbene, questo giovane uomo non aveva la giacca e questo mi incuriosì dato che a Helsinki in gennaio la temperatura scende anche sotto i venti gradi sotto lo zero; indossava una camicia di cotone e portava sulle spalle uno zainetto molto ridotto. Il libro veniva esibito in ogni direzione con una disinvoltura che alle prime impressioni nulla poteva rilevarmi di strano. Mi misi a guardarlo senza farmene accorgere e iniziai a notare che esibiva il libro in un sorta di pubblicità del romanzo. Lo girava e rigirava ancora sempre con la copertina verso l’esterno mettendo in mostra la copertina di un libro il cui autore è Dan Brown e il cui titolo è “Da Vinci Code”.
    Incuriosito dalla scena a cui assistevo da circa venti minuti in cui una persona all’apparir distinta, confusa tra le gremite fila dei viaggiatori di un grande aeroporto, mostrava e rimostrava la copertina di un libro famoso, ho iniziato a pensare che si trattava di un povero complessato bisognoso di vantarsi delle proprie letture per recuperare quel senso di autostima che aiuta tutti noi ogni giorno ad affrontare le difficili sfide della vita. Mi avvicinai e chiesi in inglese se valesse la pena leggere tale romanzo. La risposta immediata e convincente anche se non articolata fu: “si”. Allora, spacciandomi per un giornalista di una radio italiana, chiedo di rilasciarmi un’intervista in cui descrivermi perché un romanzo di tanto spessore va letto. Si tratta infatti di un “mattoncino” di 523 pagine. Estraggo dal mio zainetto un registratore portatile ma il giovane cambiando espressione mi ammonisce dicendomi che non può rilasciare interviste. Insospettito chiedo le motivazioni per le quali una persona libera non possa rispondere in forma anonima ad una semplice domandina al registratore di uno sconosciuto di un’altra nazione che mai più rivedrà.
    Visibilmente sorpreso dalla mia innocente domanda iniziò a raccontarmi che è uno studente lèttone di Ingegneria e che per pagarsi gli studi ha accettato da una non precisata agenzia pubblicitaria di girare l’Europa sfoggiando copertine di libri che non ha mai letto e che mai leggerà perché non va matto per la lettura e al solo vedere lo “spessore” dei libri in promozione precipita in una profonda confusione. Chiedo amichevolmente ulteriori spiegazioni, il suo nome, un suo recapito email ma mi risponde che è meglio lasciare stare perché intanto le operazioni di imbarco si stavano completando e quindi avremmo dovuto prendere posto sull’aereo.
    Dopo il decollo, ancora incuriosito, mi alzai dalla mia poltrona e cercai tale persona, che trovai tre fila avanti le mie, piombato in un sonno profondo. Contravvenendo al mio carattere non invadente bussai alla sua spalla per destarlo dal sonno e mi rispose: “ancora tu, ma che vuoi, lasciami dormire e ti racconto qualcosa quando scendiamo ad Amsterdam”. Ritornai a sedere.
    Scendendo dall’aereo ad Amsterdam, per non farmelo sfuggire, mi ritrovai quasi a braccarlo come il classico giornalista d’assalto che per niente vuole farsi sfuggire uno scoop. Entrammo nella sala degli arrivi, lui avanti e io dietro di una decina di metri; gli andai incontro ma lui mostrando confusione e trepidazione mi disse che era dispiaciuto ma che doveva correre via perché l’aereo per Riga (Lettonia) sarebbe partito da lì a poco.
    Mi rassegnai e desistetti da ulteriori pressioni. Mi recai ai monitor di informazione sulle partenze per individuare il volo che mi avrebbe riportato a Roma quando lessi che il volo per Riga sarebbe partito dopo circa due ore. Ciò diede impulso ad un quesito nuovo: è noto ormai che la nuova frontiera della pubblicità della grande editoria è quella di pagare studenti universitari di buon aspetto per indurre altre persone alla lettura di un libro, ma perché questo giovane aveva tutto questo timore di rivelarmi altro sulla sua onesta attività di promoter?
    Un altro fatto non mi convinceva. Perché proprio il tanto discusso libro di Dan Brown veniva esibito in maniera tanto subdola? Se si fosse trattato del “Gian Burrasca” non avrei mai riportato tale accaduto in una cronaca pubblicata, ma il “Codice Da Vinci” non è “Pierino la peste” o “Pinocchio” e questo lo capisce anche il più sprovveduto degli intellettuali di qualunque adesione culturale. Ma a spingermi ulteriormente a scrivere quanto state leggendo è stato quanto accaduto successivamente.
    Salii sull’aereo che da Amsterdam mi avrebbe portato a Roma quando nella fila di fianco alla mia assisto alla stessa scena. Questa volta noto un uomo di mezza età, dall’aspetto elegante e raffinato, con un libro in mano e la copertina rivolta verso l’esterno. Indovinate il titolo del libro... Avete indovinato! Si trattava nuovamente del “Codice Da Vinci”. Questa volta più cauto osservo senza dare dell’occhio e noto che nelle ore di viaggio il lettore sconosciuto non ha letto neppure una pagina, non ha nemmeno aperto il libro. Lo ha semplicemente esibito. Esibizione che è continuata in aeroporto a Roma.
    Pensoso mi indirizzai verso la stazione ferroviaria dell’aeroporto per raggiungere la metropolitana capitolina. Salito sul treno mi sedetti, chiusi gli occhi per qualche istante, li riaprii e cosa vidi? Indovinate un po’… una signora di mezza età con un libro chiuso tra le mani in bella esposizione. Indovinate il titolo del libro… Avete nuovamente indovinato! Quella che sembrava stesse diventando una mia personale ossessione mi spinse ad avvicinarla con la classica scusa: “quanto manca all’arrivo a Roma Termini?”. Nasce un dialogo e da questo un soliloquio di quindici minuti circa in cui la signora, colta e ben vestita, mi sciorina argomenti dopo argomenti che attengono più alla demolizione del fondamento bimillenario della religione cattolica che ad un romanzo uscito nelle librerie da qualche anno. Al termine del brillante resoconto della signora feci notare come si trattasse di un’opera della fantasia e non di un documento storico. Non l’avessi mai fatto. Nasce un dibattito aperto con la signora che si autoreferenzia moderatrice di veloci interventi di circa venti secondi in cui quasi tutti i presenti esprimono la propria opinione. Un giovane romano afferma grossomodo: “ma che ve frega litigà pe’ un libbro”; una donna anziana afferma che non sa di cosa parliamo ma che bisogna avere fede in questo mondo senza religione; un giovane che dice di essere un giornalista dice che anche se non lo ha ancora letto tutto è senz’altro vero il contenuto, ad indicare il preconcetto diffuso che attribuisce veridicità storica ad un’opera di fantasia.
    Feci notare che di racconti fantastici in grado di equilibrare la bilancia di tale scempio storico ve ne sono a bizzeffe: da quelli di Tolkien a quelli di Lewis e sbilanciandomi affermai: “io c’ero durante la battaglia tra la Compagnia dell’Anello e l’esercito di Sauron ed ho visto Narnia risorgere”. Indisposti e con aria di insensata superiorità iniziarono a tacciarmi e mi invitarono a studiare e a sapere le cose prima di parlare a vanvera. Fu zittito anche un pover uomo che nella ideale sfida dei concetti si era schierato dalla mia parte. Piombato in silenzio attesi l’arrivo alla stazione di destinazione, scesi dal treno, presi la metropolitana e raggiunsi la casa dove andavo a dormire per la notte.
    Pur se stanco del viaggio e un po’ avvilito dagli eventi di questa inconsueta giornata rinunciai al sempre sano riposo, aprii il portatile e iniziai a scrivere la cronaca che state leggendo. La rileggo e noto come i particolari di alcuni sguardi, di toni di voce, di atteggiamenti di prepotente saccenza, non siano stati descritti; per farlo dovrei scrivere un libro di altrettante 523 pagine. Decido allora di inserire una mia breve personale considerazione, che è quella che segue.
    Permettetemi una breve premessa. E’ noto come il “Codice da Vinci” affermi in forma romanzata che Gesù non è la persona che la tradizione bimillenaria della Chiesa cattolica ha descritto. Tale convinzione emergerebbe da presunte rivelazioni che Leonardo da Vinci avrebbe cifrato nelle sue opere. Come si porta spesso ad esempio, nell’Ultima Cena accanto alla figura centrale del Cristo, alla sua destra starebbe non Giovanni, l’apostolo più giovane, bensì la Maddalena, dalla quale Cristo avrebbe avuto figli e quindi una discendenza. Da questa discendenza la trama si articola in continui colpi di scena in cui la Chiesa stessa si atteggia nell’arco dei secoli quale vera e propria organizzazione criminale che nasconde la verità sulla vera identità di Gesù con l’intento di difendere i propri privilegi.
    Detto questo, ecco la mia considerazione: tali opere di fantasia, e il Codice da Vinci è solo una versione delle tante favolette che nei secoli hanno mostrato Gesù come omosessuale, pedofilo, esaltato, schizofrenico, etc…, non vanno interpretate come opere “anti-cristiane” ovvero demolitive dei valori tradizionali della fede cristiana, ma in senso proprio come opere “anti-Cristo” ovvero opere attraverso le quali si tenta di demolire la natura stessa di Gesù, la sua più profonda identità.
    Ecco perché ritengo doveroso da parte degli intellettuali, degli artisti, degli storici e degli studiosi cristiani, resistere a tali assalti non tanto per salvare la divinità del Cristo la quale rimane intatta al di là degli eventi che certa mondanità impone come fatto sociale e culturale, quanto per salvare quei tanti piccoli e sprovveduti esseri umani che credono a maghetti come Hatty Potter e fondano l’impianto della propria visione esistenziale su romanzetti ben venduti, perché al di là dell’opera ciò che conta è offrire spunti di riflessione attraverso i quali – come cavalli di troia – entrare nelle coscienze degli individui e devastarne i fondamenti morali.
    Concludo ponendo una domanda sperando che essa conduca ad una profonda riflessione: è più credibile Dan Brown o Madre Teresa di Calcutta?

    Lillo Massimiliano Musso a.k.a. LMaxM