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Il secondo full length per gli svedesi Mammuth segue di tre anni il primo intitolato “Shine”. Con la nuova opera i nostri tendono a distaccarsi in parte allo stile post-hardcore che li aveva caratterizzati inizialmente, assimilandoli un po’ ai RATM, per coniare un sound decisamente alternative rock, che ricorda in parte quanto proposto dai Blindside.
Il nuovo album ha una personalità molto precisa, che si basa su un sound opprimente e ripetitivo all’eccesso. Tutte le ritmiche sono strascicate, “stropicciate” e allungate all’inverosimile.
Il risultato è un platter decisamente affascinante da un certo punto di vista, visto che i chitarroni dei nostri, pesantissimi, riescono a catturare nei primi momenti; purtroppo, superato il quarto/quinto pezzo il CD diventa quasi indigeribile, troppo ripetitivo e continuamente uguale a se stesso.
Le linee vocali di Micke, aggressive e molto melodiche allo stesso tempo (a tratti troppo sguaiate), riescono in parte a mediare l’oscura ed eccessiva standardizzazione del platter, ma il songwriting è veramente troppo uniforme e indissolubile.
Forse questa scelta era voluta, sottolineata anche da un artwork scuro e opprimente, con le lyric che vengono, nel booklet, inserite quasi “in sordina” rispetto alle enormi foto di foglie “sommerse nell’oscurità”.
Nonostante quest’approccio oscuro e cupo i Mammuth ci presentano delle canzoni che manifestano l’amore di Dio nei confronti degli uomini, in modo solenne e forte, senza distinzioni, senza considerare i peccatti commessi. Questo tema è reso bene in ‘Jewel Of God: “You don’t know why / and I can’t heal your wounds / but if it helps, I know that / Someone knows who you are / knows what you’re hiding inside.”
"Die To Rise Again” ha testi profondi e di speranza uniti ad un sound nero, ossessivo, che rende difficile e “spinosa” l’assimilazione del platter.