Mehida  "The Eminent Storm"
Dopo l’ottimo disco d’esordio targato 2007, i finlandesi Mehida capitanati dal micidiale chitarrista Jani Stefanovic e dal geniale tastierista Mikko Harkin, pubblicano “The Eminent Storm” sotto Bullroser Records, ormai label affermata del metal cristiano in Europa.
L’album, la cui bellissima copertina spicca per semplicità e impatto visivo, si apre con ‘Wrath Of Flesh Fellowship’, una song vivace tipicamente prog, dove melodie controverse e atmosfere riflessive la fanno da padrone.
Purtroppo già dal primo ascolto, ci si rende conto che la produzione non è delle migliori, soprattutto nella batteria e nelle chitarre, davvero troppo al di sotto del disco precedente e in generale degli standard metal.
Il secondo brano ‘Masquerade’, contraddistinto da un tipico sound Mehida e più ragionato, fortunatamente sembra migliorare molto in questo aspetto.
Sugli scudi, le meravigliose tastiere di Mikko, vere e proprie protagoniste della canzone e la voce particolare e incisiva dell’ex Candlemass Thomas Vikström.
Davvero stupende e determinanti le melodie di strofe e ritornello che impreziosiscono al meglio uno dei brani più convincenti dell’intera produzione del combo finnico.
Successivamente ad ‘Until The Day Breaks’, che non si discosta tanto da quanto ascoltato fino adesso, troviamo una bella e convincente speed song, ‘Land Of Oblivion’, caratterizzata dall’alternanza di tempi sostenuti e di soluzioni fortemente neoclassiche, con clavicembali e cori sinfonici parecchio epici che ricordano non poco Symphony X e Divinefire.
Altra traccia tanto interessante quanto sperimentale e un po’ noiosa è ‘Draw Near To My Soul’, oscura e tutta svolta su registri musicali minori che conferiscono quell’aria di misticismo e preghiera a cui i Mehida sono tanto legati.
All’interno del brano troviamo parecchie sfumature e influenze mai sviluppate in precedenza dai cinque musicisti, che potrebbero certamente spiazzare i fan e l’ascoltatore in generale.
Si va da un’improvvisazione di basso, nell’intermezzo strumentale, al limite del jazz ad una fisarmonica in pieno stile tango che conclude la canzone.
‘A Block Of Wood’, breve ma convincente, ci riporta su territori power/prog che avevano contraddistinto il disco d’esordio: stacchi progressive e una doppia cassa martellante nel ritornello costituiscono lo zoccolo duro della song, che si dirama in modo semplice ma conciso al contempo.
Come non mai, in tutto il disco fin ora ascoltato, la prestazione di Jani finalmente convince, per mezzo di assoli fulminei e ritmiche prepotenti.
Il disco, che si salva solo per qualche sporadico episodio, volge alla sua conclusione con ‘Urban Scream’ e ‘Celestial Tears’ che però non riescono a risollevare le sorti di un lavoro a mio parere scarno e apatico per le capacità compositive dei Mehida, dove la presenza di Jani Stefanovic così impalpabile e fuori forma, è da segnalare solo nel libretto del booklet nella sezione “band”.
Da loro è lecito aspettarsi sempre tanto.
Rimandati!
Salvo “TuriMetal” Grasso
Voto: 5,5/10