La seconda giornata dell’Elements Of Rock è fitta di incontri ed inizia la mattina presto con il concerto della band worship di Jim La Verde, storico bassista deigli americani Barren Cross, leggendaria band di heavy metal anni ’80.
Per l’occasione Jim imbraccia una chitarra e canta song di lode molto belle che riescono a trascinare grazie all’ausilio diel testo che scorre su un telo in cima al palco, tutti gli astanti. Anche la band che accompagna LaVerde è in gamba, soprattutto il’ottimo chitarrista solista.
A seguire aerriva come da tradizione la predica di Pastor Bob, figura storica del metal cristiano, fondatore della Sanctuary international, una sorta di chiesa dei metallari, che ha accompagnato per molti anni tantisime uscite degli artisti cristiani nel metal.
Le attività del primo pomeriggio vedono prima una lunga intervista con diversi componenti di band presenti presso la chiesa evangelica locale, condotta in stile tavola rotonda da un giornalista tedesco.
Ci sono state almeno una decina di domande a cui hanno risposto tutti i convenuti (in una chiesa strapiena di mattalari cristiani... un colpo d’occhio!), fra cui ricordo componenti di My Silent Wake, Frosthdar, Admonish, Sacrificum, ecc più il grandissimo e sempre rpesente Pator Bob Beeman.
A seguire la platea si è divisa in due gruppi per seguire interesanti seminari. Uno su come sia possible suonare e scrivere testi di black metal cristiano condotto da chitarrista e singer degli Admonish, l’altro sulla nascita della Sanctuary International, tenuto da Jim La Verde e Pastor Bob.
Ma ben presto, vista la fitta serie di impegni che si susseguono si giunge a mtà pomeriggio e inizia la seconda giornata di quest’edizione dell’Elements Of Rock.
INCRAVE
Tocca agli svedesi Incrave (inizialmente Evergrace... i nostri han cambiato monicker di recente per evitare problemi con la band anch’essa di power che risponde al nome di Evergrey) che aprono la giornata con il loro heavy metal a tratti power ed a tratti decisamente melodico e un po’ drammatico.
Dalle facce dei musicisti presenti sul palco ci rendiamo conto dell’età media molto bassa della band. Il sound degli Incrave non viene premiato nella giusta misura da suoni un po’ insufficiente almeno per la prima metà del concerto, in cui si fatica a sentire la voce del singer, il giovanissimo Johan Falk.
Anche il pubblico, per il momento scarso, non sembra colpito dalle song dei nostri, che nonostante i problemi di suoni si esprimono come si deve con pezzi di buon impatto come ‘I Am Sorry For You’ (molto melodica e toccante) e le più energiche ‘I Am You’ e ‘The Escape’.
Risolti almeno in parte i problemi legati all’inizio della performance sembra che anche l’audiene si acorga degli Incrave e il finale del set è senz’altro in salita grazie anche alle melodie decisamente riuscite che caratterizzano la musica della band scandinava.
Il sound moderno del metal degli Incrave potrà senz’altro regalare al gruppo diverse soffisfazioni. Nel complesso la loro performance è stata un po’ deludente per la debole risposta di pubblico e anche a livello di presenza scenica i nostri debbono ancor lavorare tanto, ma di sicuro ciò che non manca è l’entusiasmo (che forse andava incanalato melgio) e la capacità di comporre buone melodie.
PANTOKRATOR
I Pantokrator capovolgono la dimensione sonora della Stadthofsaal con il loro death metal molto classico e scevro da contaminazioni moderne.
In particolare, poi, la band scandinava preferisce incentrare il proprio show proprio sui pezzi più datati prodotti, forse in virtù della recente uscita (2007, per Momentum Scandinavia) intitolata “A Decade Of Thoughts”, che raccoglie i brani dei vari demo registrati a partire dal 1996.
Stranamente quindi viene messo un po’ da parte l’album “Blod” a favore di brani più scuri e sconosciuti dei nostri, nonchè alcuni inediti. Si inizia infatti con ‘Punish The Evil’, un esempio di classicissimo death metal, che è anche l’opener della suddetta raccolta, da cui viene anche eseguita ‘Separated By Night’.
La miscela proposta dagli svedesi non risulta, dopo alcune song, abbastanza monotona e noiosa, ma così non sembra per il numeroso pubblico presente sotto il palco, che si fa trascinare dalla musica in un headbanging scatenato.
Di certo il coinvolgimento di questo live set dimostra come l’Elements del 2007 sia senz’altro sbilanciato, a livello di presenze, a favore degli estremisti del metal.
I Pantokrator lo sanno e sfruttano a dovere questo clima, presentando anche pezzi inediti dal nuovo album “Aurum” in uscita, come ad esempio ‘Nephilim’, ‘Words Of Agur’ e ‘Where Lilith Found Her Peace’. Un plauso alla linea ritmica formata da Jonas Walinder (basso) e Rickard Gustafsson (batteria), che riescono a incanalare una gran dose di energia a tutti i pezzi della scaletta.
Nel complesso una performance un po’ “monolitica”, ma che a livello esecutivo conferma il buon livello di amalgama del gruppo e una risposta più che soddisfacente da parte del pubblico.
FORSAKEN
Di certo il live dei Forsaken risulta quello più seguito e vissuto da parte del pubblico, fra tutti quelli presenti che si rifacevano ad un sound più classico e meno estremo.
Il sound della band di Malta è un doom metal decisamente conservatore e debitore dei migliori album di Black Sabbath, Trouble (primo periodo) e Candlemass. I Forsaken sono un’ottima band che purtroppo non ha molte possiblità di suonare in patria e gode di uno status di cult nel mondo dei doomster europei.
Il gruppo, saggiamente, pesca nella propria scaletta fra tutte e quattro le release prodotte, compreso l’ottimo MCD “Iconoclast”.
L’inizio del set è dettato dalle note stentoree e potenti dell’epic doom di ‘Dominaeon’, opener e title-track dell’ultimo album. La classe del gruppo viene subito sottolineata e ne escono sugli scudi un po’ tutti i musicisti, a partire dal grandissimo cantante Leo Stivala, un frontman a tutto tondo, che unisce un notevole carisma e una giustezza di ruolo (come singer di doom) a una sperticata simpatica e coinvolgimento verso il pubblico; la sua voce è profonda e vibrante e interpreta al meglio il doom metal a cui i Forsaken sono votati.
Altro pezzo forte del gruppo è senz’altro il chitarrista Sean Bukovic, il quale, sempre in disparte, innella numerosi ottimi riffoni cupi e pesanti, miscelandoli a improvvisi e notevoli assoli di chitarra.
Seguono diversi ottimi brani come l’altrettanto epica ‘A Martyr’s Prayer’ o l’ottima e molto sabbathina ‘The Healer’ (dal primo album “Evermore” del 1996) ed ormai la platea è completamente conquistata. Anche i più feroci seguaci del metal estremo alzano i pugni al sound ritmato e pesantissimo dei Forsaken; tra l’altro, si intravedono, nel pubblico, altri musicisti come i My Silent Wake, che sembrano davvero essere dei fan della band maltese.
Il finale della scaletta dei nostri si fa sempre più cupo e ossessivo e mostra il lato più genuino del gruppo, con pezzi come la drammatica ‘Via Crucis’, ‘Carpe Diem’ e la conclusiva ‘Resurgam’, che chiude anche l’album “Dominaeon” ed è caratterizzata da una linea ritmica decisamente sottolineata, che pone sugli scudi il drumming possente di Simeon Gatt.
Le ultime note del brano non chiudono il live, che a sorpresa viene portato a termine con una cover devastante di ‘Symptom Of The Universe’ dei Black Sabbath, che conquista ancor di più la passione del pubblico. Veramente un ottimo concerto!
VIRGIN BLACK
Dopo l’ottima performance dei maltesi Forsaken è il turno delle star del festival, i più attesi dalla platea (si può affermare senza sbagliare che la maggior parte del pubblico presente nel secondo giorno era lì per loro), gli australiani Virgin Black.
Il loro gothic dark symphonic metal ha necessitato di prove e sound check decisamene più prolungato rispetto a quello delle altre band, complici anche tanti basi che andavano miscelate alla perfezione per rendere al meglio il mix complesso ed evocativo dei nostri.
I Virgin Black non tradiscono le attese e snocciolano un live stupefacente, estremamente professionale ed in linea perfetta con la loro composizioni.
Anche il palco della Stadthofsaal viene addobbato in modo egregio per accogliere i musicisti d’oltreoceano, che arrivano e compaiono sul palco uno dopo l’altro dopo una snervante e cupa intro.
Dal vivo i nostri, tutti truccati con forti dosi di cerone sul viso, per dar loro un’immagine ancora più spettrale, convincono sia dal punto di vista della presenza scenica che da quello esecutivo, forti anche della presenza della seconda chitarra del session Mark Kelson (già sentito in una miriade di gruppi australiani, dai secolari Black Majesty ai cristiani Paramecium), la cui prova dona profondità e potenza a diverse song.
Quel che sorprende è l’energia che scaturisce, on stage da un pezzo come ‘Walk Without Limbs’, tratto dal primo capolavoro “Sombre Romantic”. L’accostamento di metal estremo e ritmi tribali e sperimentali riversa sul pubblico un’energia davvero eccelsa.
Ovviamente grande attesa è rivolta in questa serata al nuovo album “Requiem... mezzo forte” ed i nostri rispondono in modo egregio a queste aspettative con l’esecuzione della suite ‘...And I Am Suffering’, resa in modo davvero “mistico”. Infatti nel terzo album dei nostri, appena uscito, la progressione sonora prevede meno parti estreme rispetto al passato e una maggiore ricerca a livello sinfonico.
Anche per questo motivo il soundcheck dei nostri è stato il più elaborato e difficile del festival ed è stato eseguito rigorosamente “a porte chiuse”, per permettere di verificare al meglio l’utilizzo delle basi che avrebbe accompagnato il lavoro di Rowan alla voce e tastiera.
Il leader della band sul palco è risultato davvero convincente anche nella mimica e nella presenza, sottolineando al meglio la sofferenza dei brani da lui composti. Anche la chitarrista principale, Samantha Escarbe, con il suo fisico minuto, ha saputo dare il meglio di sè ad ogni singola pennata.
Il pubblico, numerosissimo, conferma che il live dei Virgni Black era il più atteso; l’unica critica che alcuni muovono alla band è di esser stata proppo fredda nei confronti dell’audience (praticamente i nostri non rivolgeranno una sola parola ai loro fan durante il concerto). In relatà quest’approccio è dettato dalla drammaticità della dinamica dei pezzi del gruppo che di certo convince con classici come ‘Velvet Tongue’ e ‘Our Wings Are Burning’. Questa erronea idea viene totalmente fugata dalla successiva disponibilità dimostrata da tutti i membri della band nel dopo-concerto, in cui sono stati tutti a disposizione dei fan per foto e autografi.
In pratica questo live rimane il più seguito ed apprezzato del festival e forse anche quello più riuscito. Rimane un appunto da fare: dopo più di un’ora di live di questo genere i non appassionati risultano un po’ spiazzati, senza nulla togliere alla magnifica prova degli australiani.
BALANCE OF POWER
Dopo il concerto eccezionale dei Virgin Black è compito arduo, per gli inglesi Balance Of Power, quello di riuscire a far colpo sul presenti. Purtroppo il primo brutto colpo discena che accoglie i musicisti è legato alla scomparsa di cerca metà dell’audience, che abbandona la sala finito il concerto del gruppo australiano.
Di fronte quindi alla Stadthofsaal piena a metà i Balance Of Power non si scoraggiano e pongono in essere tutte le loro migliori armi, producendosi in una performance “vissuta”, che non risparmia nulla del progressive power metal a cui i nostri sono dediti.
Come primo appunto ricordiamo che questa band ha già all’attivo ben cinque album da studio (di recente celebrati da “Heathenology”, una triplice raccolta che presenta una collection audio, un concerto audio e un concerto in DVD) che in questo live vengono rivisti alla luce del nuovo arrivato alla voce, ossia Corey Brown (ex singer delgi altrettanto bravi Magnitude 9, anche loro dediti a progressive metal dalle tinte più complesse e fredde). Il nuovo cantante non fa rimpiangere il mastodontico predecessore, il bravissimo Lance King e riesce sin da subito a convincere, anche in pezzi impegnativi per la voce, come la grandiosa ‘Heathen Machine’.
Altro pezzo da novanta del gruppo risulta il virtuoso Pete Southern alla chitarra, che si lancia in evoluzioni che lasciano i pochi astanti interessati a bocca spalancata, grazie ad assoli eccezionali e riff precississimi.
Nonostante alcuni problemi tecnici che colpiscono un po’ proprio la chitarra il live prosegue nel migliore dei modi e lascia sazio un po’ a tutti i musicisti per ritagliarsi la propria vetrina, compreso il tastierista, Leon Lawson, in estasi in ‘Heathen Machine’, con un duello chitarra-tatiera veramente entusiasmante.
I nostri si dimostrano poi all’altezza sia in brani più toccanti e sofisticati come ‘Savage Tears’, sia in pezzi più ritmati e coinvolgenti come ‘Ten More Tales Of Grand Illusion’, la cui prima parte pone sugli scudi anche la prova al basso di Lionel, altro storico membro della band, che sottolinea a dovere i vari cambi di tempo.
I Balance Of Power possono dirsi soddisfatti di uno show che mostra tutto il meglio della loro ricca produzione, accostando momenti molto eleganti e dificcili a livello tencico a grandi aperture melodiche. Unico asente, in questa performance, è il pubblico, che in massa sembra gradire poco questo sound.
ILLUMINANDI
Tocca ai polacchi Illuminadi il compito di chiudere questa edizione dell’Elements Of Rock 2007. Il gruppo, che sostituisce all’ultimo i The Awakening (combo anch’esso dedicato a suoni cupi e gotici) dimostra di valere parecchio on stage. Infatti la miscela complessa e variegata del loro stile unisce un gothic metal al doom e al death melodico, supportato da ampie parti folk, ben rappresentate dalla presenza sul palco di una vera sezione di archi, costituita da Patrycia Pyzinska (violino) e Antonina Kraszkiewicz (violoncello).
Altra caratteristica che arricchisce il sound dei nostri è il susseguirsi di vocalist che si alternano nell’interpretare i brani; infatti se da un lato abbiamo la voce potente, pulita e tonante di Jan (anche chitarrista e leader della band) dall’altra abbiamo gli inserti in growl di Rajmund Jeleñ (in forza anche nei Valinor) e la voce melliflua della già citata Patrycia Pyzinska.
Il lato folk e maggiormanete diretto dei nostri fuoriesce fin da subito grazie all’esecuziopne di un brano che pone in primo piano proprio la sessione di archi e che porta il titolo di ‘Jezdziec’. Un’ulteriore motivo di interesse di questa band cristiana sta poi nell’utilizzo del proprio idioma, il polacco, nella maggior parte delle canzoni; questa scelta dona profondità ai pezzi e li rende più vicini all’anima degli artisti.
Nonostante la complessità del sound proposto i tecnici del festival fanno un buon lavoro (salvo alcuni accennati problemi tecnici) e l’amalgama sonora degli Illuminandi fa presa a dovere, scatenando il pubblico nella giusta misura e facendogli sprecare le ultime risorse di energia rimaste, al ritmo di song come ‘Illumina Tenebras Meas’ ( title-track del recente MCD, che vede come protagonista anche il drummer Janusz Domka, autore di affascinanti parti di percussioni) o di ‘40 Doba’, canzone che racconta dei 40 giorni di digiuno di Gesù prima della tentazione del diavolo.
Senza ombra di dubbio il live degli Illuminandi risulta quindi un’ottima sorpresa e riesce a chiudere in modo egregio un festival che non tradisce e che pone la qualità sempre in primo piano.